ALBA Roma: europee 2014 momento unificante delle lotte sociali

Le prossime elezioni europee saranno caratterizzate da una rilevante novità a livello istituzionale; per la prima volta infatti i cittadini potranno eleggere il Presidente della Commissione Europea. Questa significativa innovazione viene introdotta in un contesto di grave crisi economica e di disoccupazione di massa, aggravato dalle misure di austerità imposte dalla Banca Centrale Europea.

Siamo dunque ad un tornante della storia europea. In tale contesto, le principali famiglie politiche presenti al Parlamento Europeo hanno avviato le grandi manovre tattiche in vista dell’appuntamento elettorale del 2014. Il tutto sotto l’incombere dell’odierno credo ideologico dell’ortodossia monetarista dell’Eurotower.

La gestione della politica economica da parte della Troika (BCE, Commissione UE e FMI, tutti organismi non legittimati dal momento elettorale), ha determinato tensioni sociali sempre più aspre, soprattutto nei paesi del Sud Europa, dove dilaga un impoverimento di massa che, se non si cambiano le politiche economiche sin qui perseguite, continuerà a crescere con effetti devastanti a livello sociale.

La costruzione dell’Unione, così come si è andata configurando negli ultimi 5 anni, ha visto prevalere i fautori della visione monetarista filotedesca e i sostenitori dell’austerità a tutti i costi, che con il concerto della Banca Centrale Europea, del Fondo Monetario Internazionale e della Commissione Europea hanno imposto politiche antipopolari pesantissime, scaricando i costi della crisi sulle classi popolari, in primo luogo quelle dei paesi del Sud Europa.

Dunque di fronte alla più grave crisi economica dal ’29, ed in presenza di una disoccupazione di massa che richiederebbe dosi massicce di investimenti pubblici, tre organismi non elettivi (la Troika, appunto, Commissione UE, BCE, FMI) continuano ad imporre i loro assurdi diktat di politica economica in spregio ai principi basilari della democrazia dei paesi (ex) sovrani d’Europa. I Parlamenti vengono umiliati e svuotati delle loro funzioni di rappresentatività, non potendo decidere nulla al di fuori del recinto delle compatibilità con le ricette neoliberiste volute dalla Merkel; il “pilota automatico” di Draghi ha garantito la gestione dei passaggi più delicati della crisi economica (che in Europa è stata crisi dei debiti sovrani) negli ultimi cinque anni.

Il capolavoro politico realizzato dalle agenzie del capitalismo europeo, che non si sarebbe potuto attuare senza la complicità dei loro referenti politici all’interno dei Paesi membri (in Italia il governo Berlusconi prima ed ancor più il governo Monti), è stata la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, che in Italia ha avuto luogo con la modifica, alla chetichella, dell’art. 81 Cost., ed il varo del famigerato Six Pack, la cui punta di diamante è costituita dal Fiscal Compact, che impone di ridurre del 20 per cento all’anno la quota di debito pubblico eccedente la soglia consentita rispetto al PIL (60 %). Per l’Italia ciò vorrà dire, dal 2015 in poi, dover ridurre il debito pubblico di 40-50 mld euro all’anno per vent’anni, in pratica una mission impossible senza distruggere ciò che resta del Welfare State e senza procedere a massicce campagne di svendita del patrimonio pubblico e di aggressione ai beni comuni (e le avvisaglie si avvertono sin d’ora, con il Governo Letta impegnato a (s)vendere le quote delle partecipate di Stato (ENI, Finmeccanica…) per far cassa velocemente.

In questo scenario, l’epicentro della crisi economica ha devastato, più di altri, i Paesi del Sud Europa, c.d. PIGS, Portogallo, Italia, Grecia e Spagna.

 

Tutto ciò ha creato creato l’humus ideale per i movimenti antieuropei di matrice populista, xenofoba e fascistoide, i quali hanno visto negli ultimi anni moltiplicarsi il loro consenso; consenso popolare di massa, in larga misura crescente proprio tra le classi subalterne, che fa leva su un diffuso risentimento antieuropeo verso le lobby della moneta unica e le politiche dell’austerità. I casi più preoccupanti sono appunto quelli di matrice fascista che riemergono in forme più o meno cruente, e con varie sfumature in tutta Europa – dal Front National di Marine Le Pen, al Partito della Libertà olandese (che di recente hanno stipulato un’alleanza elettorale per un fronte populista continentale), dal British National Party ai neonazisti ungheresi di Orbàn e i greci di Alba Dorata.

In Italia i movimenti di estrema destra di matrice populista e fascistoide hanno finora ottenuto un seguito molto ridotto. È invece emersa una diversa forma di populismo di massa, avente caratteristiche più positive, tramite il M5S. Le posizioni del M5S sono condivisibili in varie battaglie, ad esempio quella per un reddito di cittadinanza. Però il M5S evidenzia gravi contraddizioni su altri temi, primo tra tutti la questione dell’immigrazione: il movimento di Grillo non si distingue né dai lepenisti francesi, né dagli islamofobi olandesi, né dai socialisti francesi quando rifiuta lo ius soli per i figli di immigrati nati in Italia o quando si batte per non concedere il diritto di voto agli immigrati o non prende posizione per chiudere quei lager che sono i CIE (dove, nella civile Europa della libera circolazione delle merci e dei capitali, vengono private della libertà persone che non hanno commesso alcun reato).

 

Gli effetti della crisi sono stati ancor più gravi in Grecia, dove le politiche della Troika hanno messo in ginocchio il Paese, che con il suo 179 % di rapporto debito/PIL è di fatto il più esposto dell’area euro. Tuttavia in Grecia la risposta ai tagli draconiani alla spesa pubblica e ai licenziamenti di massa imposti dalla Troika è stata quella del conflitto sociale e della resistenza di massa alle politiche antipopolari dell’Unione Europea. Decine di scioperi generali, di occupazioni, di lotte sociali diffuse contro il c.d. Memorandum hanno prodotto una frattura anche sul terreno della rappresentanza, rompendo equilibri politici consolidati da decenni.

Sono queste le dinamiche alla base della crescita del consenso di Syriza, la coalizione della sinistra radicale guidata da Alexis Tzipras. Syriza in pochi anni è riuscita, grazie alla credibilità ed all’autorevolezza conquistata sul terreno delle lotte sociali, ad intercettare il voto dei lavoratori e dei settori sociali colpiti dalla crisi economica, una volta serbatoio elettorale della sedicente “sinistra” del Pasok, diventando in breve tempo un punto di riferimento, in tutta Europa, per i movimenti sociali che lottano contro l’austerità promuovendo una uscita dalla crisi da sinistra.

 

Per queste ragioni, oggi la candidatura di Alexis Tzipras alla presidenza della Commissione Europa diventa una occasione importantissima e forse irripetibile: l’opportunità di creare quell’imprescindibile dimensione continentale di uno spazio politico europeo di sinistra, verso cui possano convergere tutti i movimenti impegnati nelle lotte sociali contro l’austerità imposta dalla Troika. Donne e uomini che lavorano per un Europa sociale dei popoli contro l’Europa dei mercati.

La disponibilità di Tzipras riveste ancora più importanza se consideriamo la nuova strategia della tensione inaugurata in Grecia poche settimane fa, dopo il duplice omicidio di militanti della formazione neonazista Alba Dorata (altro frutto avvelenato della crisi economica e dell’austerità di questi anni), nel tentativo di far deragliare le lotte sociali sul binario degli “opposti estremismi” e al fine di continuare a saccheggiare la Grecia applicando i dogmi di Draghi e della Merkel. Insomma, la candidatura di Alexis Tzipras a Presidente della Commissione UE non appare rilevante solo da un punto di vista simbolico, bensì in un’ottica strategica che punta a riunificare, a livello europeo, tutte le opposizioni sociali antiliberiste che hanno per obiettivo primario la modifica dei Trattati (in primo luogo quello della BCE che, per esempio, a differenza della FED, non ha come mission la piena occupazione ma la salvaguardia dall’inflazione), che lottano per la difesa del modello sociale europeo, per i beni comuni e la riconversione industriale; che vogliono una Europa dei popoli, capace di affrontare la questione immigrazione con politiche di accoglienza e di sostegno e non facendo leva sulla paura e sulla chiusura xenofoba; un’Europa che ripudi ogni forma di discriminazione razziale ed etnica, che sia fondata sul riconoscimento e la valorizzazione reciproci tra tutti gli Stati europei, e sulla pari dignità tra le culture e le etnie che la abitano. Questi movimenti vogliono, ancora, un’Europa che qualifichi il diritto di cittadinanza con politiche di contrasto totale  alla tratta di esseri umani per il mercato illegale del sesso, della droga, del lavoro nero e dello sfruttamento minorile e a tutte le nuove e vecchie forme di schiavismo, sia  all’interno dei Paesi europei che nel resto del mondo. Un’Europa di pace, fondata su un programma esteso e condiviso di riduzione degli armamenti e la conseguente  riconversione dell’industria bellica. Un’ Europa che si occupi dell’ambiente e che si impegni per la riconversione ecologica dei processi produttivi. Un’ Europa che diffonda il potere nei territori e restituisca risorse agli Enti locali.

Appoggiare Tsipras, nell’attuale quadro politico europeo, ci sembra insomma una scelta obbligata se si vuole dare spazio nel futuro Parlamento europeo a una visione alternativa e a un’opposizione da sinistra rispetto alle attuali politiche liberiste e rigoriste che imperversano e colpiscono in particolare il sud dell’Europa – opposizione di cui c’è assoluto bisogno. Da contrapporre non solo alla Troika, ma all’antieuropeismo di destra e neofascista, in piena crescita, e a quello grillino che tende a collocarsi sullo stesso versante.

 

Tuttavia, il nostro appoggio a Tsipras non può essere entusiastico né acritico. Il programma di Tsipras infatti può coincidere con il nostro sul versante della lotta all’austerity europea, e per tante fondamentali misure di politica economica, come la rinegoziazione del debito, il no alle privatizzazioni ecc, e in generale per la visione di un’Europa fondata su basi completamente diverse di democrazia e solidarietà, da realizzare senza uscire dall’euro e senza spaccare l’eurozona. Tutto ciò non deve però farci dimenticare che l’affermazione stabile di una forza politica nuova, sia in campo europeo che in campo nazionale, non può evitare di riflettere sulla necessità di una nuova visione della partecipazione alla politica degli individui e, soprattutto, dei movimenti: non può evitare riflessioni sulla modalità da mettere in atto per garantire al contempo democrazia e rappresentanza.

Insomma, pur consapevoli che la crisi della rappresentanza ha specifiche peculiarità italiane, che non possono essere considerate valide tout court negli altri Stati dell’Unione Europea (la perdita della credibilità dei partiti di sinistra radicale, in particolare, è un problema più forte in Italia che altrove), non si può cancellare in alcun modo il nostro obiettivo di rinnovare le forme della politica. A questo proposito non si può non rilevare che Tsipras oggi si muove interamente all’interno di una visione di partito tradizionale centralizzato, con un leader indiscusso e simpatie per il socialismo democratico storico. Peraltro, senza voler entrare nel merito di ciò che Syriza (nel bene e nel male) è stato ed è per la Grecia, e di alcune ambiguità, oscillazioni e recenti prese di posizione poco chiare durante i viaggi di Tsipras all’estero (ad es. escludendo l’uscita dalla NATO) che hanno contrariato un’ala del partito e suscitato critiche da parte dei movimenti di lotta del suo Paese, che vi hanno visto un’attenuazione del precedente radicalismo, è indubbio che una attenta valutazione dei modi e delle forme per portare avanti il nostro appoggio a Tsipras, vada fatta.

Dobbiamo, in sostanza, evitare che la campagna elettorale per le europee riproponga gli elementi negativi che hanno caratterizzato la recente disgraziata esperienza di Cambiare Si Può. Non possiamo, infatti, trascurare il fatto che in Italia Tsipras sarà sostenuto con forza dai partiti della vecchia sinistra, che non aspettano altro, per riproporsi con le stesse dinamiche che conosciamo.

Per queste ragioni, pur muovendoci subito in appoggio di Tsipras, dobbiamo lavorare come ALBA per lanciare un confronto sulle forme che questo appoggio deve assumere, ragionandone con le diverse realtà di base che hanno caratterizzato l’opposizione all’austerity in Italia, per vedere se ci sono le condizioni di costruire insieme a loro una lista esclusivamente di cittadinanza e movimenti, svincolata dalle strutture e dalle logiche di partito.

 

Inoltre, la posizione e l’impegno di ALBA nell’appoggio alla candidatura di Alexis Tsipras e nella campagna elettorale, per evitare gli errori del passato, dovranno essere portati avanti valutando preliminarmente la condivisione delle scelte al nostro interno e le forze effettivamente a disposizione in numero di attiviste/i motivate/i a spendersi nei territori per le elezioni europee.

Infine, dopo l’esperienza di CSP, occorre tener presente che, se non si vuole rischiare di replicarla, vanno valutate con più dettaglio, senza farsi prendere da facili entusiasmi, le modalità con cui Tspyras intende muoversi a livello dei suoi rapporti con la sinistra antagonista multivariegata e anche con Sinistra Europea.

In questo contesto, una partecipazione di ALBA al prossimo Congresso della Sinistra europea, che sancirà la candidatura di Tsipras, ci sembra avere senso solo per ribadire che in Italia una lista di appoggio a Tsipras, per avere successo, deve necessariamente essere di cittadinanza e dei movimenti, e che noi lavoreremo per crearne le condizioni.

Non possiamo infatti dimenticare che del Partito della Sinistra europea fanno parte, oltre alla Linke tedesca e Syriza, o ai rosso-verdi danesi, anche tutta una serie di partiti della vecchia sinistra, dal partito comunista francese e spagnolo ai tanti partiti comunisti dell’Europa orientale, e da parte italiana Rifondazione (membro influente) e PcdI (osservatore).

Dobbiamo in sostanza “approfittare” dell’occasione offerta dalle elezioni, cercando di farne un momento unificante delle lotte sociali in Europa, dando così continuità (una continuità che per la verità è, appunto, sin qui mancata) alla straordinaria giornata di lotta concretizzatasi nello sciopero europeo del 14 novembre 2012 (anche ALBA era in piazza quel giorno, a raccogliere le firme per il referendum contro la cancellazione dell’art. 18 ad opera della famigerata legge Fornero) che ha visto uniti sindacati, movimenti, comitati e associazioni nella lotta contro l’austerità.

ALBA – Nodo di Roma